"Si è mai vista un'idea nuova scaturire da una polemica?"

"Polémique, politique et problématisation", Dits et Ecrits 4, (Paris : Gallimard), 591-598 (traduzione italiana in :  Archivio Fucault, interventi, colloqui, interviste di Michel Foucault, Feltrinelli, 1996)


Nel gioco serio di domande e risposte, nel lavoro di elucidazione reciproca, i diritti di ognuno possono in qualche modo risultare immanenti alla discussione. Dipendono solo dalla situazione di dialogo. Chi domanda si limita solo ad esercitare un suo diritto: non essere convinto, cogliere una contraddizione, aver bisogno di un'informazione ulteriore, far valere postulati diversi, sottolineare un difetto nel ragionamento. Per quanto riguarda chi risponde neanche lui dispone di un diritto che eccede la discussione; è legato, dalla logica del suo discorso, a quello che ha detto precedentemente, e dall'accettazione del dialogo, alla domanda dell'altro. Domande e risposte fanno parte di un gioco - un gioco piacevole e allo stesso tempo difficile - in ognuna delle due parti cerca di usare soltanto i diritti che gli vengono dati dall'altro e dalla forma condivisa del dialogo.

Il polemista, invece, procede bardato di privilegi che detiene in anticipo e che non accetta mai di mettere in discussione. Possiede per principio, i diritti che lo autorizzano alla guerra e che fanno di questa lotta un'impresa giusta. Di fronte a sé non ha un compagno nella ricerca della verità, ma un avversario, un nemico che ha torto, che è dannoso  la cui stessa esistenza costituisce una minaccia. Per lui dunque il gioco non consiste nel riconoscere l'altro come soggetto che ha diritto alla parola, ma nell'annullarlo come interlocutore di ogni possibile dialogo, e il suo obiettivo finale non sarà quello di avvicinarsi il più possibile ad una verità difficile, ma di far trionfare la giusta causa di cui si proclama, sin dall'inizio, il portavoce. Il polemista si appoggia ad una legittimità da cui il suo avversario è, per definizione, escluso.

Forse un giorno bisognerà scrivere la lunga storia della polemica come figura parassitaria della discussione e ostacolo alla ricerca della verità. Molto schematicamente mi sembra che, oggi, si potrebbe riconoscere la presenza di tre modelli: il modello religioso, il modello giudiziario e il modello politico. Come succede nell'eresiolgia, la polemica ha lo scopo di determinare il punto intangibile del dogma, il principio fondamentale e necessario che l'avversario ha trascurato, ignorato o trasgredito; e, in questa negligenza essa denuncia la colpa morale; alla radice dell'errore scopre la passione, il desiderio, l'interesse, una serie di debolezze e di predilezioni inconfessabili che lo rendono colpevole. Come succede nella pratica giudiziaria, la polemica non offre la possibilità di una discussione paritaria; essa istruisce un processo; non ha a che fare con un interlocutore, ma con una persona sospettata; riunisce le prove della sua colpevolezza e, designando l'infrazione che ha commesso, pronuncia il verdetto  infligge la condanna. In ogni modo non è nell'ordine di una inchiesta condotta congiuntamente; il polemista dice la verità sotto forma di giudizio e in base all'autorità che si è conferito da solo. Ma, oggi, è il modello politico a essere il più potente. La polemica definisce alleanze, recluta partigiani, coalizza interessi o opinioni, rappresenta un partito; fa dell'altro un nemico, potatore di interessi opposti, contro cui bisogna lottare fino al momento in cui, battuto, potrà soltanto sottomettersi o scomparire.

Certo, nella polemica, la riattivazione di queste pratiche politiche o giudiziarie o religiose non è nient'altro che teatro. Si gesticola: dopotutto gli anatemi, le scomuniche, le condanne, le battaglie, le vittorie e le sconfitte sono soltanto dei modi di dire. Tuttavia, nell'ordine del discorso, ci sono anche dei modi di fare non privi di conseguenze. Ci sono degli effetti di sterilizzazione: si è mai vista un'idea nuova scaturire da una polemica?

 

 





Definizione di laicità

  

Il termine laico deriva dal greco "laos", attributo del popolo, dell'insieme dei cittadini, in contrapposizione agli attributi propri di gruppi di cittadini o comunità.

Nello Stato laico le religioni, le ideologie o la morale di una parte anche maggioritaria della popolazione non devono influire sulla società nel suo complesso, ma hanno valore solo per le persone, e al limite per le comunità formate da quelle persone che credono in una certa religione, in una certa ideologia o in una certa morale. Lo Stato laico deve prodigarsi perché nessuna parte della società prevarichi su un'altra, anche se minoritaria, per ragioni ideologiche.

Nello Stato laico è garantita la possibilità di regolamentare o ritornare a discutere  temi eticamente sensibili, come il divorzio, l'aborto, la somministrazione della pillola ru486, la fecondazione medicalmente assistita, le unioni civili per coppie eterosessuali e omosessuali, l'eutanasia, prescindendo o meno dalle convinzioni etiche più o meno restrittive di una parte dei cittadini.

La laicità non detta linee univoche di condotta morale, ma è un principio che permette a posizioni diverse,  morali e religiose, di convivere pacificamente.

La maggior parte dei dizionari della lingua italiana come il De Mauro o lo Zingarelli definiscono il laicismo  come la corrente di pensiero che rivendica la laicità.

Giovanni Fornero (in Laicità debole e laicità forte, B. Mondadori, Milano 2008) ha distinto fra due accezioni di fondo del termine "laicità": una larga (o debole) di tipo metodologico-formale, comune a credenti e non credenti e propria dello Stato pluralista, e una ristretta (o forte) di tipo ideologico-sostantivo, propria dei non credenti.

La secolarizzazione (il cui significato si riconduce al termine latino seculus, con il significato di mondo), è quel fenomeno per il quale la società - nel suo complesso - non adotta più un comportamento sacrale, si allontana da schemi, usi e costumi tradizionali. La secolarizzazione è un processo tipico dei paesi occidentali in età contemporanea, che induce ad agire e a pensare (nei confronti della natura, del destino, del ruolo dei cittadini nella società) in modo sperimentale e utilitaristico, mai sacrale e trascendente favorendo la laicità come atteggiamento di vita. 

 

 

!! NEWS !!

 

COMUNICATO DEL 14 LUGLIO 2011 SUL D.D.L. CALABRO’

L'approvazione del Ddl Calabrò “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso Informato, e di dichiarazioni anticipate di trattamento” da parte della Camera dei Deputati, con 278 voti a favore, 205 contrari, 7 astenuti e 140 assenti, rappresenta una grave, inaccettabile lesione del diritto all’autodeterminazione del paziente, garantito a ciascun individuo dalla Costituzione Italiana e dalle Convenzioni internazionali.

Testo impreciso, privo di considerazione nei confronti dei pareri delle società scientifiche nazionali e internazionali, privo delle indispensabili specificazioni relative alle procedure attuative, pare ideologicamente orientato e incapace di attribuire alle Direttive Anticipate di Trattamento (DAT) la minima, necessaria efficacia in termini di autotutela del paziente e di rispetto da riservare alla sua volontà relativamente ai trattamenti medici che intende o non intende accettare quando si troverà in condizione di incapacità - o meglio in stato vegetativo con “accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale”, l’unica ristrettissima categoria di pazienti le cui DAT, per legge, saranno prese in considerazione.

 La non vincolantività per i medici curanti delle DAT sottoscritte dal paziente, il loro esclusivo valore orientativo - che degrada la volontà del paziente al ruolo di desiderata - compromette senza rimedio l’autonomia del paziente, oltre che inficiare il valore di questo documento.

L’obbligo di nutrizione e idratazione artificiale per tutti i pazienti in stato vegetativo compromette anche l’autonomia del medico, la sua professionalità e la sua formazione. E offende pazienti e medici nell’annullamento del valore del loro rapporto.

La Camera ha approvato una legge che non permette ai cittadini di esprimere la propria volontà, che li obbliga alle cure, e che, a dispetto della rinnovata centralità del paziente nel patto terapeutico con i curanti, lo costringe a cedere il suo potere decisionale al medico.

 Il paziente in stato vegetativo potrà essere, per legge, sottoposto a trattamenti medici contro la volontà precedentemente espressa. Non potrà rifiutare sondini naso-gastrici e Gastrostomie Endoscopiche Percutanee, e sarà costretto a sopravvivere in “accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale”.

 Del tutto dimentichi di quanto le scelte che gli individui compiono riguardo la fine della propria vita siano impregnate, guidate e sostenute da un plesso di vissuti, convincimenti e motivazioni personali, questa legge condanna alcuni cittadini – e potenzialmente il pericolo incombe su ognuno di noi – a terminare la vita umiliando la propria dignità personale e mortificando i valori con cui si è guidata la volontà e l’intera propria esistenza.


 Il Presidente

Roberto Lala


























































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